Facebook, arrivano i risarcimenti per i testimonial involontari

Un giudice statunitense ha statuito, lo scorso lunedì, che Facebook dovrà versare 20 milioni di dollari a degli utenti che hanno deciso di costituire una class action contro il colosso della comunicazione di Mark Zuckerberg.

L’azione legale è scaturita da un impiego, considerato non ortodosso, delle sponsored stories, ovvero gli annunci a pagamento che compaiono nella colonna di destra del social network. Tale strumento permette di conoscere quali prodotti gradiscono i nostri contatti. In che modo? Basta un semplice like a un’azienda o un check-in su Four Square e questi si trasformano in una pubblicità per i nostri amici virtuali. Ovviamente, in questo modo, la ricezione di una sponsorizzazione da parte di un nostro contatto diventa un atto non controllabile.

Ciò comporta due problemi non da poco. Innanzitutto il meccanismo delle “storie sponsorizzate” bypassa il consenso degli utenti e in secondo luogo si corre il rischio di diventare involontariamente il testimonial di un prodotto o di un servizio.

La sentenza di lunedì del giudice distrettuale Richard Seeborg, arrivata dopo la presentazione della causa nel 2011, mette in difficoltà Facebook perché potrebbe “fare scuola” e per il danno al brand che ne consegue.Tuttavia c’è un particolare da considerare, la quota di pagamento stabilita dal tribunale, solo apparentemente molto sostanziosa, potrebbe avere avere l’effetto di disincentivare la presentazione di altre azioni legali contro il social network. Il risarcimento per i 614.000 utenti, infatti, sarà di appena 15 dollari ciascuno, mentre il resto dei 20 milioni sarà suddiviso tra gli avvocati e vari gruppi di difesa non-profit tra cui la Electronic Frontier Foundation e il Berkman Center for Internet and Society. La quota riservata ai singoli fruitori di Facebook non appare, dunque, all’altezza delle aspettative anche se l’idea di formare una class action, piuttosto che agire individualmente, rimane comunque la più efficace in questi casi.

Tornando alla questione delle "storie sponsorizzate", va sottolineato che Facebook ha sempre sostenuto che le nostre interazioni possono essere viste soltanto in relazione alle impostazioni di privacy. Tale valutazione, però, risulta carente, se non capziosa, per molte associazioni dei consumatori ed utenti. Proprio per questo, nell’atto di transazione, inerente alla vicenda giudiziaria americana che abbiamo appena presentato, a Facebook  viene richiesto di modificare la Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità che regola l’uso delle informazioni degli utenti e di fornire maggiori informazioni su strumenti analoghi a quelli delle “storie sponsorizzate”.

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