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Educazione sessista, la discriminazione di genere comincia sui banchi

Gli stereotipi sui sessi cominciano dalla tenera età, con la rappresentazione di un universo femminile anacronistico

Quando nasce la discriminazione tra i sessi nel nostro Paese? Quando uomini e donne entrano nel mercato del lavoro, nella politica e nella società civile, scoprendo che esistono a volte due pesi e due misure nei processi di selezione, o molto prima, sui banchi di scuola?

“Alle elementari” è l’amara risposta che emerge dallo studio di Irene Biemmi, Educazione Sessista- Stereotipi di genere nei libri delle elementari, edito da Rosenberg&Sellier (216 pagine, 25 euro).  Biemmi, ricercatrice TD presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Firenze, è esperta di educazione di genere e pedagogia dei media. L’autrice, che introduce il saggio argomentando cosa sia il sessismo linguistico e cosa compartecipa alla sua creazione, analizza poi un campione di dieci libri di lettura della classe quarta di alcune delle maggiori casi editrici italiane (De Agostini, Nicola Milano, Piccoli, Il Capitello, La Scuola, Giunti, Elmedi, Piemme, Raffaello, Fabbri) per scoprire che la scuola italiana promuove una rigida stereotipizzazione dei generi, sia nella rappresentazione del mondo infantile che di quello adulto.

Un modello anacronistico che non regge più il passo e che non è nemmeno corretto, non mancando un Codice di Autoregolamentazione per gli editori, che rende centrale il problema delle prospettive di genere come criterio orientativo della stesura dei testi. Il discorso è vasto, complesso, e investe anche la formazione degli insegnanti e il ruolo delle famiglie, che dovrebbero approcciare più criticamente il compito della scuola nella formazione dell’identità di genere. Yahoo! Finanza ha intervistato l’autrice per capire di più.


Dagli studi sul sessismo linguistico, emerge, non solo in Italia, la tendenza all’immobilismo dei contenuti culturali rispetto alle conquiste legislative dei Paesi. Ma questo giudizio vale per noi? Davvero il Paese reale è molto diverso dalla sua rappresentazione libresca?

"Sicuramente. L’immaginario, lo spaccato di reale che rappresentano i testi, è assolutamente anacronistico. Basta citare i dati che emergono dalla ricerca sul fronte delle professioni; nei libri le donne non lavorano , fanno le casalinghe o le maestre, le estetiste, le parrucchiere. È evidente che nella vita reale le donne hanno accesso alle più svariate professioni; rappresentare il femminile unicamente nella sfera domestica è qualcosa che è indietro rispetto alla realtà corrente".

Gli agentivi sono spesso causa di discriminazione. Eppure, spesso sono le donne, soprattutto in ambito pubblico, a rifiutare titoli come ministra, avvocata, ecc…Sono figlie di questa cultura educativa o spesso sono le donne a frenare il progresso?
"Sul discorso dei titoli professionali la situazioni è abbastanza complessa. Ci sono una serie di motivi per cui nel linguaggio non sono ancora entrate nell’uso forme che sono del tutto legittime, leggendo la grammatica italiana, come ministra, avvocata. Ci sono cause interne alla lingua, ma c’è anche imbarazzo a nominare al femminile queste professioni, semplicemente perché suonano strane e creano ironia. Sono forme che vanno messe a regime, e i primi a farlo dovrebbero essere i giornalisti. Basta cominciare a usarle normalmente senza creare quelle storture che si leggono sui giornali, usando il titolo al maschile e facendo riferimento alle donne. Ricordo il titolo “Il ministro Gelmini è diventata mamma”, una frase sgrammatica, scorretta, perché non si ha il coraggio di nominarla secondo il suo nome. Le donne invece preferiscono usare il titolo al maschile perché porta con sé un’autorevolezza che invece il titolo al femminile deve ancora conquistare".


I bambini studiano su testi dall’immaginario anacronistico, ma poi a casa magari hanno madri realizzate nelle professioni. Come conciliano questa dicotomia?
"E’ una contraddizione che i bambini vivono fortemente, quella tra la rappresentazione dei modelli che passano i libri di testo o i mass media e i modelli di donne e uomini che sperimentano nella vita reale. Spetta ai docenti, alle insegnanti dare risposte coerenti e sofisticate, mettere in discussione il messaggio di un libro di testo che dovrebbe essere autorevole e che viene considerato dai bambini come una fonte attendibile. L’insegnante deve sottoporre a critica una fonte che dovrebbe essere istituzionale e autorevole; bisogna formare le insegnanti in tal senso, ma anche cambiare, prima, i libri di testo".


I bambini crescono e dopo un ciclo lungo vanno all’università. Spesso le lauree umanistiche sono viste come lauree da donne: è vero che bisogna promuovere anche gli studi scientifici presso la platea femminile ma questa non è un’altra forma di discriminazione all’inverso?
"Questo è un nodo centrale; il primo passo è capire che c’è un problema, va sfatato il mito della scuola come luogo di parità. C’è un sentire comune, diffuso, nella società, secondo cui la scuola è un luogo assolutamente protetto rispetto al problema della discriminazione sessuale. Nessun genitore quando manda un figlio o una figlia a scuola si pone il problema di cosa insegneranno mentre, quando un bambino o una bambina vengono lasciati davanti alla tv, ci facciamo una serie di scrupoli. Bisogna mettere in discussione la scuola italiana come luogo paritario, invece è specchio ritardato rispetto alla realtà, che replica ed estremizza gli stereotipi sul maschile e sul femminile. Una riprova è la segregazione formativa, laddove le ragazze, che spesso hanno voti più alti, si diplomano meglio, si incanalano verso scelte più deboli. Ma la scuola dovrebbe promuovere la diversificazione delle scelte".


Cita gli studi di Alma Sabatini,  (studiosa e autrice delle "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”), intellettuale femminista, ma ammette che il sessismo linguistico resta poco indagato. E’ una situazione generata dalla perdita del dibattito femminista nella scena culturale, intellettuale, italiana?
"Il femminismo, il neo femminismo si è prolungato fino agli anni Ottanta quando è sfociato nel pensiero della differenza, ma  questa è una parentesi chiusa. I nuovi studi ai quali anche io faccio riferimento sono i gender studies, gli studi di genere che assumono un’ottica differente. Mentre i primi avevano un’idea di tutela e promozione del sesso debole, questi mirano a fare un discorso più ampio di discussione e critica degli stereotipi sia per le donne che per gli uomini, promuovendo un dibattito più articolato sulle identità di genere, di rivisitazione dell’identità in ottica paritaria. Quindi, non la tutela del sesso debole, ma togliere uomini e donne dalle gabbie di genere".





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