Crisi e “mancession” e le donne italiane tornano al lavoro

La crisi mina le certezze delle famiglie italiane, fa piazza pulita di molte professioni tradizionalmente maschili, fa sprofondare i padri nell’abisso della disoccupazione e, allora, tocca alle donne tornare al lavoro, sopperire all’improvvisa scomparsa del principale sostegno economico della famiglia.
 
Negli Stati Uniti, dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2008 al fenomeno hanno provato a dare un nome, “mancession”, forma contratta di “uomo” e “recessione”. Il Wall Street Journal ha pubblicato un'inchiesta, firmata da Giada Zampano, sullo sviluppo del fenomeno in Italia, un Paese tradizionalmente refrattario alla parificazione delle opportunità fra uomini e donne. Nel Global Gender Gap Report 2012 che misura l’occupazione femminile nel mondo, l’Italia risultava essere l’ottantesimo Paese sui 135 presi in esame. Un dato che trova conferma anche nelle più recenti statistiche nel dato Eurostat secondo il quale solo la metà delle donne entra nella forza lavoro contro il 62% della media Ue, il 71,5% e addirittura il 76,8% della Svezia.

Ma negli ultimi cinque anni due settori tradizionalmente “maschili” come quello manifatturiero e quello edile, hanno perso, rispettivamente, il 7,5% e il 19% della forza lavoro. Ecco, allora, che la recessione ha spinto molte donne a tornare o a trovarsi un lavoro. Ma c’è un altro dato che evidenzia lo scarto fra l’Italia e gli altri paesi Ocse: quello delle ore per la cura della famiglia. Le mamme italiane lavorano fino a 3,7 ore in più rispetto agli uomini, a fronte di una media di 2,3 ore dei paesi Ocse. Come conciliare “mancession” e cura della famiglia?

Dovrebbe intervenire la politica che, invece, sembra spingere in tutt’altra direzione tagliando su asili e scuole e allungando l’età pensionabile, impedendo ai nonni di prendersi cura dei nipoti. Nonostante questi ostacoli, il numero delle donne italiane occupate è cresciuto di 110mila unità fra il 2011 e il 2012 e, sempre nel 2012, le donne con lo stipendio più consistente del nucleo famigliare erano l’8,4% contro il 5% del 2008.

I settori nei quali si concentra l’occupazione femminile sono il servizio civile, l’assistenza sanitaria e i servizi alla famiglia, senza dimenticare settori a bassa qualificazione come le pulizie.

Il Wall Street Journal racconta la storia di Anna Durante che, dopo aver lasciato il lavoro dieci anni prima, alla nascita della sua prima figlia, ha rispolverato il diploma come operatrice per l’assistenza agli anziani e ha ripreso a lavorare in una cooperativa per disabili di Casoria, dopo che suo marito ha dovuto chiudere il negozio da barbiere. Anche Isabella Esposito, 35 anni e due figli, è tornata a lavorare dopo che il marito ha perso il lavoro come guardia di sicurezza.

L’effetto collaterale della crisi, in Italia, capovolge le statistiche e, invece di aumentare il gap occupazionale fra uomini e donne, contribuisce a ridurlo, tanto che c’è già chi ipotizza che sul lungo periodo questo trend potrebbe dare una forte spinta all’economia nazionale.

La politica ha il compito di interpretare questi dati e trovare soluzioni, eliminando i numerosi ostacoli normativi e culturali che soffocano l’intraprendenza femminile. Le discriminazioni continuano a essere tante: la carenza di donne in posizioni di potere aziendale e politico è a dir poco imbarazzante. Inoltre, 9 lavoratrici madri su 100 dichiarano di essere state licenziate dal proprio posto di lavoro a causa di una gravidanza.

Fortunatamente con la Riforma Fornero è stato posto un argine alla pratica delle dimissioni in bianco, una delle poche conquiste dell'ex ministro piemontese del Welfare.

C’è poi un altro aspetto di cui tenere conto, quello riguardante il part time, da sempre una soluzione che permette alle donne di conciliare gli impegni famigliari con quelli professionali. In Italia circa un terzo delle lavoratrici è occupata part time, contro una media Ocse del 24%. La “mancession” però sta spingendo molte donne a chiedere un impegno full time.

Gli economisti concordano sul fatto che sempre più donne nel mercato del lavoro contribuirebbero a controbilanciare gli effetti della riduzione della popolazione in età lavorativa che in Italia sta diventando un grave problema occupazionale e previdenziale. Un mondo del lavoro che riequilibrasse gli squilibri di genere, garantirebbe una maggiore competitività: secondo l’Ocse se i tassi di occupazione femminile riuscissero ad allinearsi a quelli maschili entro il 2030, la forza lavoro aumenterebbe del 7% e il PIL pro-capite crescerebbe di un punto percentuale all’anno per i prossimi 20 anni.

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